Sebbene nel dibattito pubblico ritorni periodicamente l’accusa di un presunto favoritismo ideologico nei confronti di alcune organizzazioni da parte di Bruxelles, in realtà la distribuzione dei fondi europei è il risultato di procedure rigorose e del consenso degli Stati membri.
Nell’opinione pubblica ritorna regolarmente uno stesso argomento: l’Unione europea sarebbe una potente macchina finanziaria che destina i propri fondi esclusivamente a organizzazioni non governative di orientamento liberal-progressista, bloccando sistematicamente e senza eccezioni quelle di orientamento conservatore. Questa tesi, estremamente efficace nel contesto della polarizzazione sociale e perfettamente adatta a molte campagne politiche, è diventata il fondamento di numerose narrazioni. Quando però si entra nel merito della burocrazia di Bruxelles e si esaminano i dati concreti, emerge un quadro molto diverso dai miti che circolano online.
A spiegare nel dettaglio come funziona realmente il sistema europeo di finanziamento è Filip Pazderski, giurista, sociologo e responsabile del programma Società civile presso la Fondazione Batorego. La sua valutazione di questa diffusa accusa è netta e mette in discussione la natura delle contestazioni rivolte all’Unione.
“Considerando il livello di formalizzazione delle procedure di pianificazione e spesa dei fondi europei e, successivamente, di controllo di questo processo, questa opinione deve essere considerata molto superficiale, più riconducibile al discorso politico che a una rappresentazione della realtà”, afferma l’esperto.
Chi e per cosa paga Bruxelles?
Prima di affrontare la questione del presunto favoritismo nei confronti di determinate fondazioni, è utile capire innanzitutto che cosa sia il bilancio dell’Unione europea. Nell’attuale quadro finanziario pluriennale 2021-2027, integrato dal fondo per la ripresa post-pandemica, sono disponibili circa 2.000 miliardi di euro. Queste risorse non costituiscono un fondo segreto destinato agli attivisti, ma rappresentano un enorme motore dell’economia europea, dal quale beneficiano milioni di cittadini.
I finanziamenti vengono destinati agli agricoltori attraverso i pagamenti diretti, soggetti a requisiti in materia di tutela dell’ambiente e della salute. Ingenti somme finanziano programmi di ricerca come Horizon Europe, sostenendo ricercatori e innovatori. Dei fondi europei beneficiano anche i giovani che si trasferiscono all’estero per studiare o svolgere tirocini. Ogni anno le risorse raggiungono inoltre più di duecentomila imprese, dalle start-up locali e dalle microimprese fino ai grandi operatori che realizzano importanti commesse industriali nell’ambito dei programmi spaziali o energetici.
Le città e le regioni utilizzano i fondi europei per costruire infrastrutture e migliorare l’efficienza delle proprie amministrazioni. Le organizzazioni non governative rappresentano, all’interno di questo ecosistema, soltanto una piccola parte della spesa. Un programma come “Cittadini, uguaglianza, diritti e valor”, destinato anche al sostegno della società civile, rappresenta meno dello 0,5% dell’intero bilancio europeo.
Rigidi vincoli procedurali
La richiesta di finanziamenti non è un concorso politico, ma un lungo percorso burocratico basato su procedure oggettive. Ogni programma di finanziamento prevede linee guida estremamente precise, obiettivi definiti in anticipo e criteri di selezione chiari. Le domande vengono valutate da esperti esterni indipendenti sulla base di un sistema di punteggio trasparente. Vengono esaminati la fattibilità del progetto, la qualità dei contenuti, la razionalità del bilancio e l’impatto sociale previsto.
La questione fondamentale, tuttavia, è chi stabilisce le regole del gioco. Contrariamente alla narrazione di un presunto “diktat” dei funzionari europei, il quadro finanziario pluriennale e le priorità dei singoli programmi devono essere approvati all’unanimità da tutti gli Stati membri. Sono quindi i governi nazionali, e non anonimi funzionari di Bruxelles, a contribuire a definire le modalità di spesa dell’Unione.
“Gli obiettivi di ciascun programma devono essere approvati da tutti gli Stati membri, che prendono una decisione all’unanimità. Una volta che un governo ha dato il proprio consenso, non può sostenere che qualcosa sia avvenuto a sua insaputa”, osserva Filip Pazderski, respingendo le ipotesi secondo cui gli Stati nazionali verrebbero esclusi dal processo decisionale.
È inoltre opportuno ridimensionare il mito dell’onnipotenza della sola Commissione europea nella distribuzione diretta dei fondi. Il 56% del bilancio, compresi gli ingenti finanziamenti della politica di coesione, viene gestito attraverso il cosiddetto regime di gestione concorrente. Ciò significa che sono direttamente le amministrazioni e le istituzioni dei singoli Stati membri a occuparsi dei bandi e dell’assegnazione delle sovvenzioni.
Soltanto il 37% circa dei fondi viene distribuito direttamente da Bruxelles, principalmente per la protezione delle frontiere e la politica di vicinato, mentre un ulteriore 7% circa è gestito da organizzazioni internazionali. La maggior parte dei fondi europei, quindi, non aggira le amministrazioni nazionali: al contrario, sono proprio queste ultime ad avere un ruolo centrale nella loro gestione.
La verità sui valori europei
Da dove nasce allora il mito di un profilo “di sinistra” dei finanziamenti europei? La risposta risiede nei cosiddetti principi orizzontali. Si tratta di regole generali e obbligatorie che devono essere applicate nell’utilizzo di qualsiasi fondo europeo, indipendentemente dal fatto che venga utilizzato per costruire una strada, finanziare un’azienda agricola o organizzare corsi di formazione per i giovani.
I progetti devono essere pienamente conformi al diritto dell’Unione europea e ai valori sanciti dai Trattati. Si tratta innanzitutto del rispetto dei diritti fondamentali, dei principi democratici e dello Stato di diritto. L’obiettivo di queste regole è garantire che il sostegno europeo venga utilizzato secondo criteri equi e uguali per tutti i membri della società, senza escludere alcuna minoranza.
In pratica, un’organizzazione che nei propri obiettivi statutari o nella propria attività quotidiana violi i principi di uguaglianza o discrimini determinati gruppi sociali si precluderebbe l’accesso ai finanziamenti europei. Ciò non deriverebbe da un’agenda ideologica dei funzionari, ma da norme giuridiche vincolanti alle quali hanno aderito tutti gli Stati membri.
“L’applicazione, nell’attuazione dei programmi europei, di criteri orizzontali che garantiscono la trasparenza e contrastano le disuguaglianze fa sì che tra i beneficiari vi siano organizzazioni che riconoscono nei propri interventi i valori liberal-democratici. Ogni iniziativa europea deve tuttavia essere destinata, senza limitazioni, a tutti i cittadini”, ricorda l’esperto, spiegando un meccanismo che alcuni interpretano erroneamente come una forma di discriminazione politica.
Un sistema di controllo che manca in molti Stati
L’ultimo elemento alla base del mito dello spreco dei fondi europei per finalità ideologiche riguarda il presunto mancato controllo sulla destinazione finale del denaro.
In realtà, il sistema di audit dell’Unione europea assomiglia a una struttura di controllo articolata su più livelli. Sebbene la Commissione europea abbia la responsabilità principale di verificare la corretta rendicontazione e di recuperare i fondi versati indebitamente, non opera in modo isolato.
A sostenerne il lavoro, ma anche a controllarne rigorosamente l’operato, c’è l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF), che conduce indagini indipendenti sui casi di frode e corruzione in tutta Europa.
Un ruolo importante è svolto anche dalla Corte dei conti europea, che sottopone ad audit i flussi finanziari. Secondo le analisi pubblicate quest’anno dalla Corte e dedicate al finanziamento delle organizzazioni non governative, manca effettivamente un unico sistema pienamente coerente per identificare tutti i fondi, il che renderebbe più semplice tracciare ogni singola somma. Tuttavia, ed è questo l’elemento centrale, gli auditor non hanno riscontrato in questo ambito irregolarità finanziarie da parte delle organizzazioni stesse.
Il lavoro sistematico degli auditor si concentra piuttosto sul chiedere alla Commissione di migliorare i controlli per verificare che i beneficiari rispettino pienamente i valori sanciti dai Trattati.
Al vertice di questo sistema di controllo si trova il Parlamento europeo. Sebbene gli eurodeputati non assegnino personalmente i finanziamenti alle ONG, dispongono di un importante strumento di controllo politico. Partecipano alla definizione delle norme finanziarie e ogni anno possono concedere o negare alla Commissione europea il discarico di bilancio.
Questo meccanismo obbliga i funzionari di Bruxelles a rafforzare e migliorare costantemente le procedure burocratiche e i sistemi di controllo.
“Il funzionamento concreto delle istituzioni europee indica che l’intero sistema è strutturato correttamente e consente un controllo reciproco. L’anello più debole si trova piuttosto sul versante delle istituzioni investigative di alcuni Stati membri, che mostrano una scarsa disponibilità a collaborare con la Commissione europea nel controllo degli abusi”, conclude Filip Pazderski.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su Focus Europe Poland disponibile qui.

